13. Februar 2017 · Kommentare deaktiviert für Tra i guardacoste libici: “Pochi mezzi, ma proviamo a fermare i migranti” · Kategorien: Afrika, Libyen · Tags:

La Stampa | 13.02.2017

Nella base di Tripoli: «Fiduciosi dell’aiuto italiano. Ora non riusciamo a controllare neanche il terreno»

FRANCESCO SEMPRINI TRIPOLI Centralità dell’intesa Italia-Libia, rafforzamento della sicurezza negli hub di terra, flotta differenziata, strumenti e addestramento e un’inossidabile fiducia nel futuro. Sono questi i pilastri del rilancio della lotta al traffico di esseri umani alla luce delle recenti intese raggiunte dal governo di Tripoli con l’Italia e l’Europa.     Accordi quadro sulla cui attuazione entrano in gioco una serie di variabili, per capire le quali ci rechiamo da chi è impegnato in prima linea su questo fronte, la Guardia costiera libica.

L’appuntamento è alla base di Abu Sitta, nota ai più per essere diventata il luogo simbolo della svolta politica libica, il punto di approdo di Fayez al-Sarraj, giunto nella capitale via mare all’inizio della scorsa primavera per guidare il Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale targato Nazioni Unite. Ad accoglierci è Ayoub Omar Ghasem, la voce delle forze navali libiche che vigilano sulle coste occidentali del Paese, da Sirte sino al confine con la Tunisia, suddivise in tre settori di competenza ben distinti. Si tratta di un’area ad alta intensità di traffici, il cui epicentro è ad Ovest, da Tripoli a Sabratha passando per Zawia. Ghasem lo indica su una grande mappa distesa sul tavolo per le conferenze nel suo immenso ufficio, prima di mostrarci alcuni filmati: «Siete i primi a vederli», sottolinea il comandante.

I video dalle navi

Si tratta di video girati in navigazione durante l’intercettazione di imbarcazioni cariche di migranti, che hanno lasciato le coste libiche diretti verso l’Italia. «Guardate, queste sono le condizioni in cui operiamo», chiosa l’ufficiale. Parte da un antefatto, la guerra del 2011: «I bombardamenti della Nato hanno polverizzato la flotta navale libica», e quindi anche le motovedette che Gheddafi aveva varato per contrastare i traffici di migranti in base agli accordi del 2008. Ad oggi le forze costiere possono contare su piccole imbarcazioni e un paio di unità più grandi per le rotte di altura. «Abbiamo gommoni adattati al pattugliamento che possono portare 18-20 persone al massimo – spiega l’ufficiale – sono più piccoli dei natanti usati per le traversate».

Il lavoro dei guardacoste

E questo costringe a improbabili operazioni di recupero da parte dei guardacoste, costretti a prendere a bordo più clandestini di quanti sia possibile durante il soccorso, e compiere più viaggi verso la riva. O avventurarsi in pericolose operazioni di traino con il rischio di ribaltamento dei gommoni stracarichi di disperati. A volte invece le stesse guardie sono oggetto di aggressione degli scafisti, che tentano di sottrarre le imbarcazioni e proseguire la rotta verso le acque internazionali. Il comandante ci mostra un filmato nel quale in un’operazione sola sono stati fermati sette gommoni, ognuno dei quali aveva a bordo almeno 115 persone. Si tratta di natanti che a volte sono abilitati a non superare le 5 miglia marine. Quando i barconi vengono intercettati si informa subito il «Department for combating illegal migration» (Dcim) l’ente addetto a investigazione, intercettazione, arresto, detenzione e rimpatri dei migranti irregolari che dipende dal ministero degli Interni, a differenza della Guardia costiera che fa capo alla Difesa. «Si comunica il numero dei migranti e alcuni dettagli fondamentali, poi si aspetta il loro arrivo per la traduzione nei centri di detenzione».

L’attesa dipende dalle contingenze del momento, talvolta passano alcuni minuti, qualche volta ore, «a volte è capitato di attendere anche un giorno perché le condizioni di emergenza non rendevano possibile un intervento tempestivo». «È capitato qualche volta che qualcuno scappasse, e la mancanza di presidi sulla costa rende impossibile accoglierli in strutture adeguate, e talvolta non c’è la possibilità di dargli da mangiare perché mancano i fondi».

Accolti dalla popolazione

A volte è la gente del posto che si prende cura dei migranti in attesa, dando loro da mangiare e da bere. Ancor prima che in mare infatti i problemi sono sulle coste, come spiega Ghasem: «La sezione occidentale, quella a più alta concentrazione di traffici, ha diversi presidi, come Zawia e Sabratha, ma molti non sono operativi a causa della mancanza di mezzi e di fondi.

Il comandante spiega che formazioni armate e trafficanti sono diventate più forti e minacciano le stesse forze della guardia costiera: «Il principale supporto inizia sul terreno ancor prima che in mare». Gli scafisti quasi sempre sono migranti che si pagano il passaggio: «Serve un training molto limitato, una giornata di “lezioni” perché l’obiettivo è di far arrivare l’imbarcazione al massimo sino a dove si trovano le unità navali di “Sophia”. La missione – spiega – paradossalmente diventa un incentivo per i trafficanti a usare mezzi sempre più precari».

Intercettati in 40 mila

Nonostante i mezzi limitati le unità libiche hanno intercettato 40 mila persone in 5 anni, con un incremento nell’ultimo anno grazie agli sforzi del Gna e l’inizio dell’addestramento congiunto con i militari europei. Ma quale tipo di aiuto serve? «Occorre tutto, mezzi, strumenti, fondi, addestramento, è necessaria una flotta flessibile», imbarcazioni per l’intercettazione dei natanti più leggere e unità più grandi per riportare a terra i clandestini. Dell’ipotesi di operare congiuntamente con gli europei in acque libiche non appare molto convinto il comandante: «Chi ci dice che effettivamente il problema potrebbe trovare una soluzione? In realtà entra in gioco un fattore di immagine di “sovranità violata”». Per l’Italia certo cambierebbe, perché chi viene intercettato torna subito in Libia, ma il timore per i libici è che il loro Paese diventi un imbuto senza uscita, nel quale rimangono «intrappolati» i migranti illegali che entrano dai porosi confini del Sud. Con costi di detenzione e rimpatrio dirompenti. La domanda è pertanto d’obbligo: è fiducioso nelle intese appena siglate da al-Sarraj? «Ho fiducia nell’Italia, voi subite i danni di questi traffici tanto quanto noi. È un percorso complicato, ci vorrà del tempo, forse non tutto sarà attuato, ma con l’Italia al nostro fianco ce la faremo a sconfiggere questo flagello».

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