16. April 2018 · Kommentare deaktiviert für Dissequestrata la nave Proactiva Open Arms: „La Libia non è in grado di accogliere migranti“ · Kategorien: Italien, Libyen · Tags: , ,

Ermittlungsrichter hebt die Beschlagnahme des Schiffs der spanischen NGO Proactiva auf, weil die Mannschaft der Open Arms keine andere Wahl gehabt hätte, als die Migrant*innen an Bord zu nehmen. Libyen ist nicht in der Lage, Migrant*innen aufzunehmen.

La Repubblica | 16.04.2018

L’imbarcazione è ormeggiata a Pozzallo dal 18 marzo dopo il salvataggio di 218 persone. Secondo il gip di Ragusa l’equipaggio ha agito in „stato di necessità“

di ALESSANDRA ZINITI

Il Gip di Ragusa, Giovanni Giampiccolo, rigettando la richiesta della Procura, ha disposto il dissequestro della nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms, che è ormeggiata al porto di Pozzallo dal 18 marzo scorso dopo il salvataggio di 218 migranti. L’imbarcazione era stata sequestrata su disposizione della Procura distrettuale di Catania. Il Gip etneo, il 27 marzo, ha convalidato il provvedimento escludendo però il reato di associazione per delinquere: gli atti sono passati per competenza a Ragusa. Il provvedimento del Gip è esecutivo e sarà eseguito in giornata. Lo rendono noto i legali della Ong spagnola, gli avvocati Rosa Emanuela Lo Faro e Alessandro Gamberini. Sarà personale della squadra mobile della Questura di Ragusa e della Guardia costiera di Pozzallo a notificarlo all’amministratore giudiziario nominato dopo il sequestro.

„La Libia non e‘ ancora in grado di riaccogliere i migranti soccorsi in mare nel rispetto dei loro diritti fondamentali“ e dunque, se il 15 marzo scorso, la nave spagnola Open Arms si rifiuto‘ di consegnare ad una motovedetta libica le persone salvate e disobbedi‘ agli ordini della Guardia costiera italiana agi‘ „in stato di necessita'“ . Del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina non esiste neanche il fumus e dunque non esiste alcun presupposto per il suo sequestro. Cosi‘ ha deciso il gip che, rigettando la richiesta della Procura, ha disposto la „liberazione“ della Open Arms.

Una sconfessione su tutta la linea per il capo della Dda catanese che, dopo aver tentato di mettere le mani sull’inchiesta il cui giudice naturale e‘ Ragusa ( visto che la nave era approdata a Pozzallo), se l’e‘ vista sottrarre dal gip di Catania Nunzio Sarpietro che non aveva ritenuto sussistente l’ipotesi di reato di associazione per delinquere da Zuccaro contestata al comandante e al capomissione della Proactiva open arms. Trasmessi gli atti a Ragusa, l’inchiesta sembra essersi ora completamente sgonfiata e la nave verra‘ riconsegnata in giornata ai volontari della Ong.

Ecco le motivazioni del giudice :“ Non si ha prova che si sia pervenuti in Libia ad un assetto accettabile di protezione dei migranti soccorsi in mare. Manca la prova anche della sussistenza di porti sicuri in territorio libico in grado di accogliere i migranti soccorsi nelle acque Sar di competenza nel rispetto dei loro diritti fondamentali. In difetto di tale prova, la scriminante dello stato di necessita‘ rimane in piedi“.

Quanto al rifiuto della Open Arms di chiedere di potere sbarcare i migranti nel piu‘ vicino porto di Malta, il giudice osserva che “ non si dispone di alcuna informazione sulla concreta disponibilita‘ di Malta ad accoglierli“. Insomma, per il giudice, in quel soccorso conteso di migranti, gli spagnoli possono essere accusati di djspbbedienza agli ordini impartiti ma sono giustificati dallo “ stato di necessita'“ e non certo dalla intenzione di favorire l’immigrazione clandestina.

„Sono felice, finalmente abbiamo avuto ragione, come abbiamo sempre sostenuto, ma non era scontata una decisione del genere“. Così l’avvocato Rosa Emanuela Lo Faro, che assiste il comandante Marc Reig Creus. „Tutto è bene quello che finisce bene, ma abbiamo vinto una ‚battaglia‘, credo che la guerra legale non finisca oggi, ma continuerà e sarà lunga“, afferma l’avvocato Alessandro Gamberini, che difende il capo missione Ana Isabel Montes Mier.“Noi eravamo certi di avere ragione – aggiunge il penalista – ma poi occorre che un giudice ti dica di avere ragione…“.

La Procura distrettuale di Catania, che aveva disposto il ‚fermo‘ della nave a Pozzallo, ha indagato il comandante Creus, il capo missione Mier, e il coordinatore generale dell’Ong, Gerad Canals, per traffico di immigrazione clandestina e associazione per delinquere. Reato, quest’ultimo, che il presidente dell’ufficio del Gip di Catania, Nunzio Sarpietro, aveva fatto cadere, ma confermando il sequestro della nave. Venuto meno il reato associativo il fascicolo è stato trasmesso alla Procura di Ragusa che ha ribadito la richiesta di sequestro al Gip ibleo, che l’ha rigettata.

Secondo la Procura distrettuale di Catania l’obiettivo degli indagati sarebbe stato quello di salvare migranti e portarli in Italia, senza rispettare le norme, anzi violandole scientemente. La contestazione è stata mossa dopo lo sbarco della nave a Pozzallo, dove è arrivata il 18 marzo con 218 migranti. Un approdo avvenuto dopo il rifiuto di consegnare i profughi salvati a una motovedetta libica e due giorni di trattative diplomatiche. Ma, secondo l’accusa, anche dopo la mancata richiesta di potere sbarcare a Malta nelle cui acque c’è stata la consegna di un bambino di e una madre che avevano bisogno di cure immediate.

Una ricostruzione sempre contestata dai difensori della Ong che hanno depositato diverse memorie difensive e hanno deciso di non fare presentare i loro assistiti all’interrogatorio fissato dalla Procura di Catania perché „non è il giudice naturale dell’inchiesta“, e per la „sensazione“ di volere a „tutti i costi monopolizzare le indagini in questa vicenda“.

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The Guardian | 16.04.2018

Migrant-rescue boat Open Arms released by Italian authorities

Prosecutors still looking into whether captain and mission coordinator should face trial

Italian authorities have released a migrant-rescue boat that has been impounded for almost a month but are still investigating two of its crew on suspicion of enabling illegal immigration.

The Open Arms – which is operated by the Spanish NGO Proactiva Open Arms and has rescued more than 5,000 people from the Mediterranean over the past three years – was seized on 19 March after it docked in the Sicilian port of Pozzallo with 218 migrants onboard.

Its crew had rescued them from a leaky raft off the coast of Libya and refused to hand them over to the Libyan coastguard, arguing that they were in international waters.

Despite reportedly being threatened with being shot, the captain of the Open Arms said he could not release them into Libyan custody because of the risk of abuse and human rights violations they could face in the North African country.

The vessel was impounded and three crew members placed under investigation. The chief prosecutor of Catania, Carmelo Zuccaro, has accused them of enabling illegal immigration by refusing to hand the migrants over to the Libyan coastguards.

On Monday, a judge ordered the Open Arms to be released. However, Prosecutors are still looking into whether its captain, Marc Reig, and the mission’s coordinator, Anabel Montes, should face trial on charges of enabling illegal immigration.

Riccardo Gatti, the head of the Open Arms mission, confirmed that the ship had been released but said it had been damaged by bad weather during its confiscation and would not be able to return to sea immediately.

“We are finally free and this is a first, important step,” he told the Guardian. “But the fight is still long. Our captain is still [facing charges] of enabling illegal immigration and the prosecutors in Catania are continuing with their investigations against NGOs, criminalising people who saves lives.”

Gatti said the ship’s condition meant the NGO would have to look for another vessel but was sending its sailing boat, the Astral, into the save-and-rescue zone to continue operations.

Prosecutors declined to comment, but have shelved investigations into allegations that the crew of the Open Arms was involved in “criminal association” and had been conspiring with smugglers in smuggle migrants to Europe.

The case comes amid growing concerns that NGOs are being criminalised for trying to save lives in the Mediterranean.

In August last year, Italian police seized a rescue ship operated by German NGO Jugend Rettet as part of an Italian attempt to end the migrant and refugee crisis.

Meanwhile, Helena Maleno, a Spanish journalist and human rights activist who is thought to have saved hundreds of lives by alerting maritime authorities to the plight of vulnerable migrants in the Mediterranean, has appeared in court in Morocco over allegations that she has been colluding with people traffickers.

Human Rights Watch has hit out at such draconian responses. “It is shocking that Europe has reached the point of criminalising rescue at sea,” it said in a statement last month.

“Europeans should support, not smear, people saving lives in the Mediterranean, and remember that EU and Italian policies are propping up a cycle of detention and violence in Libya, while groups like Proactiva are saving lives.”

According to figures from the International Organization for Migration, 16,847 migrants and refugees have reached Europe by sea so far this year and 557 people have died in the attempt.

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Internazionale | 16.04.2018

Tolti i sigilli alla nave spagnola Open Arms

Annalisa Camilli

Il giudice per le indagini preliminari (gip) di Ragusa, Giovanni Giampiccolo, ha disposto il dissequestro della nave dell’ong spagnola Proactiva Open Arms, che era ferma nel porto di Pozzallo dal 18 marzo dopo aver soccorso 218 migranti in due diverse operazioni al largo della Libia. La nave – attiva nel soccorso di migranti nel Mediterraneo centrale – era stata sequestrata su ordine della procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, nell’ambito di un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e associazione a delinquere.

Il 27 marzo il gip di Catania Nunzio Sarpietro aveva confermato il sequestro della nave, ma si era dichiarato non competente al livello territoriale per i reati contestati e aveva passato il fascicolo al gip di Ragusa. Sarpietro infatti aveva fatto cadere l’accusa di associazione a delinquere contro il capitano Marc Creus Reig e la coordinatrice dei soccorsi Ana Isabel Montes Mier, lasciando in piedi invece l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Questo elemento aveva fatto decadere la competenza territoriale del tribunale di Catania che ha una specifica autorità per i reati associativi.

La ricostruzione del giudice

Nel decreto di dissequestro il giudice di Ragusa ha ricostruito la cronologia dei soccorsi avvenuti il 15 marzo 2018 al largo delle coste libiche, basandosi sulle testimonianze degli imputati e sulle loro memorie difensive, sul rapporto del Comando generale delle capitanerie di porto italiane e sulla nota del comandante della nave Alpino della marina militare italiana, attiva nell’ambito della missione Mare sicuro.

Dalla ricostruzione degli eventi fatta dal gip emergono tre elementi importanti: il giudice conferma che gli spagnoli non si sono coordinati con la guardia costiera libica compiendo un atto di disobbedienza, riconosce la legittimità di una zona di ricerca e soccorso (Sar) libica, ma sostiene anche che i soccorritori si sono trovati in “uno stato di necessità”, perché i soccorsi finiscono solo con lo sbarco in un posto sicuro e i migranti non potevano di fatto essere riportati in Libia. Il giudice ha riconosciuto che la Libia è “un luogo in cui avvengono gravi violazioni dei diritti umani (con persone trattenute in strutture di detenzione in condizioni di sovraffollamento, senza accesso a cure mediche e a un’adeguata alimentazione, e sottoposte a maltrattamenti e stupri e lavori forzati)”.

Marc Creus Reig e Ana Isabel Montes Mier rimangono indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, perché è riconosciuta una condotta di “disobbedienza alle direttive impartite” da chi coordinava i soccorsi, ma il sequestro della nave non è convalidato, perché il gip sostiene che i soccorritori abbiano agito in uno “stato di necessità”. Questa condizione fa decadere il reato di favoreggiamento, come previsto dall’articolo 54 del codice penale italiano che stabilisce l’impunità per chi ha commesso un reato “costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”.

La cronologia

Il gip di Ragusa nel suo decreto di dissequestro ha ricostruito i fatti: un drone della missione militare europea EunavforMed, attivo nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione Sophia, alle 4.21 del 15 marzo ha avvistato un gommone in difficoltà con diversi migranti a bordo a 40 miglia nautiche dalla coste libiche. La Centrale operativa della squadra navale italiana ha avvisato la nave Capri della marina militare italiana ormeggiata nel porto di Tripoli che a sua volta ha avvertito la guardia costiera libica.

Alle 4.35 dello stesso giorno la Centrale operativa della guardia costiera italiana ha chiamato la nave umanitaria Open Arms chiedendole d’intervenire. Alle 5.37, circa un’ora dopo, la marina militare italiana ha comunicato alla guardia costiera italiana che la motovedetta libica Gaminez stava per salpare dal porto di Al Khums per intervenire in soccorso del gommone avvistato. Alle 6.45 la guardia costiera libica comunicava alla centrale operativa di Roma di aver assunto il coordinamento dell’operazione, ma non dichiarava un tempo stimato di arrivo della motovedetta libica nella zona d’intervento.

Alle 6.49 e alle 7 la guardia costiera italiana comunicava alla Open Arms che la guardia costiera libica stava intervenendo e che non voleva interferenze dalle altre navi. Alle 9.13 la Open Arms comunicava a Roma che aveva avvistato un gommone con dei migranti a bordo che imbarcava acqua e che quindi sarebbe intervenuta. Roma chiedeva agli spagnoli d’informare i libici.

Alle 11 si concludeva il primo soccorso di 117 persone e la nave spagnola contattava la centrale operativa della guardia costiera italiana dicendo di voler intervenire in soccorso di altre due imbarcazioni in difficoltà. Alle 14 la Open Arms diceva alla guardia costiera italiana che due lance spagnole si erano messe in mare per raggiungere l’imbarcazione in difficoltà e 18 minuti dopo in una nuova chiamata Roma era informata che gli spagnoli avevano raggiunto il gommone e avevano cominciato a distribuire dei giubbotti di salvataggio. Nel frattempo sopraggiungeva una motovedetta libica a tutta velocità, la Ras Al Jaddar, che si era accostata all’imbarcazione di migranti e stava minacciando gli spagnoli.

Un rapporto del comandante della nave Alpino della marina militare italiana non conferma la versione degli spagnoli, e dice che i libici avevano chiesto via radio agli spagnoli di non avvicinarsi al gommone con i migranti. Nella relazione della guardia costiera italiana acquisita dal giudice invece è riportata una conversazione captata via radio dall’elicottero della nave Alpino che riferiva la minaccia dell’uso delle armi da parte dei libici verso gli spagnoli. Secondo il giudice, però i filmati non confermerebbero queste minacce.

Nella seconda parte del suo decreto, Giampiccolo ricostruisce cosa è accaduto dopo che la tensione con i libici è stata superata e i soccorsi della seconda imbarcazione di migranti sono terminati. Alle 18.35 la Open Arms con a bordo 218 migranti ha chiesto alla guardia costiera italiana un porto di sbarco sicuro. “Roma rispondeva che la ong, non avendo operato il soccorso sotto il suo coordinamento, avrebbe dovuto richiedere istruzioni allo stato di bandiera ossia alla Spagna che avrebbe dovuto valutare se chiedere un porto di sbarco alle autorità italiane”, è scritto nel decreto. Il giorno successivo, il 16 marzo, la Open Arms segnalava alle autorità italiane la presenza a bordo di gravi situazioni sanitarie.

Alle 13.50 Malta dava disponibilità allo sbarco dei casi medici più gravi. Dalle 14.01 la centrale operativa della guardia costiera italiana chiedeva agli spagnoli di fare richiesta di sbarco a Malta. Alle 15.41, infine, interviene la Centrale operativa della guardia costiera spagnola che contatta la Open Arms e le suggerisce di sbarcare a Malta. A questa richiesta il comandante della Open Arms risponde dicendo di non aver mai sbarcato a Malta e che è sicuro che i maltesi gli negheranno l’approdo. Alle 16.45 Open Arms chiede ancora una volta a Roma di avere un porto di sbarco assegnato. La nave sbarca infine a Pozzallo, in provincia di Ragusa, la mattina del 17 marzo.

Le reazioni

Riccardo Gatti, portavoce della ong spagnola, ha espresso soddisfazione per la decisione del giudice e ha dichiarato che Proactiva Open Arms continuerà le attività di soccorso in mare con la nave Astral partita il 16 aprile dalla Spagna. “Per il momento la Open Arms sarà portata in un cantiere per fare un po’ di manutenzione e nel frattempo stiamo cercando un’altra nave più grande da prendere in affitto per i soccorsi”, afferma Gatti.

Rimane tuttavia la preoccupazione per Marc Creus Reig e Ana Isabel Montes Mier che sono sotto inchiesta sia a Catania sia a Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. “È molto importante che il giudice abbia riconosciuto lo stato di necessità, che è quello che noi sosteniamo da sempre. La Libia non è un posto sicuro in cui portare i migranti”, afferma Gatti che però si dice preoccupato per il riconoscimento della zona di ricerca e soccorso coordinata dai libici da parte delle autorità italiane. “Dal provvedimento del giudice emerge il riconoscimento di una zona Sar affidata ai libici che secondo noi non rispetta le norme internazionali”, afferma Gatti.

Dello stesso tono i commenti dell’avvocata della difesa Rosa Emanuela Lo Faro: “Il giudice si è reso conto che il comandante ha agito in uno stato di necessità, perché la Libia non ha un porto e posto di sbarco sicuro. Non c’è assolutamente fumus commissi delicti e cioè la probabilità effettiva del reato, proprio perché è accertato lo stato di necessità nel quale si è agito”. Questo è un punto molto importante, secondo l’avvocata, che rappresenta anche un precedente per future accuse di questo tipo. Secondo Lo Faro, inoltre, “il giudice ha riconosciuto che il fatto di non aver chiesto di sbarcare a Malta non rappresenta la violazione di una norma ma solo di un accordo amministrativo, che non ha precetto normativo”.

Per Gianfranco Schiavone dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) l’importanza di questa sentenza è nell’analisi giuridica condotta dal gip di Trapani: “L’ong ha operato in uno stato di necessità, che giustamente è stato ricondotto non tanto all’immediatezza dei soccorsi quanto alla situazione in Libia. Cioè il soccorso dei libici avrebbe comportato che le persone salvate sarebbero state portate in un paese in cui non è possibile garantire loro sicurezza e nessun diritto sicuro. Non esiste un porto libico che può essere considerato sicuro ai sensi delle normative internazionali”. Questo provvedimento, per Schiavone, dovrebbe orientare i successivi passi di tutta l’indagine. Per l’Asgi inoltre il ragionamento del giudice contiene una contraddizione perché: “Se in Libia non esiste un porto sicuro in cui sbarcare i migranti salvati, allora non sarebbe di fatto operativa una zona di ricerca e soccorso coordinata dai libici, anche se dovesse essere legittimata dalle autorità internazionali”.

Il deputato di Più Europa Riccardo Magi ha commentato: “Ancora non sappiamo perché le autorità italiane abbiano ceduto alla guardia costiera libica la gestione di operazioni di salvataggio in acque internazionali, dal momento che nessuna zona Sar libica è riconosciuta. Ancora nessuna risposta sulle minacce rivolte dai militari libici ai volontari di Open Arms per tentare di prendersi a bordo i naufraghi salvati dalla ong e ricondurli in Libia, né sulla sorte dei naufraghi recuperati lo stesso giorno da una motovedetta libica e riportati in Libia nel corso di un’altra operazione per cui la centrale operativa di Roma aveva in origine allertato la nave di Open Arms. E resta dunque il dubbio che il nostro paese possa essersi reso complice di respingimenti illegali, visto che nessun porto libico al momento può essere considerato un luogo sicuro”.

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La Repubblica | 17.04.2018

Ong e migranti, vince la nave della vita

Il caso Proactiva Open Arms: la decisione del gip di Ragusa rimette le cose al loro posto sul piano del Diritto, prima ancora che del buon senso

di ROBERTO SAVIANO

Dal 5 marzo 2018 – e a dire il vero anche da prima, da molto prima – molti si chiedono perché la „sinistra“ sia morta e perché nessuno abbia il coraggio dell’autocritica sugli esiti del voto: ma cosa c’è da spiegare più, quando per tornaconto elettorale non si è esitato a stringere accordi con i trafficanti in danno degli ultimi della terra? Altro che autocritica, qui siamo nel campo della damnatio memoriae. La storia che vi racconto ha a che fare con quella che è stata fino ad oggi la politica sull’immigrazione della sinistra, il cui testimone rischia di essere raccolto dalla destra xenofoba, che ha dinanzi a sé il terreno spianato da una costante violazione dei diritti umani.

La notizia è questa: l’imbarcazione della Ong Proactiva Open Arms, sequestrata dalla magistratura e in stato di fermo da quasi un mese, è finalmente stata dissequestrata. Il 17 marzo scorso, l’Open Arms salva dal mare (e soprattutto dai lager libici) 218 migranti, nonostante la guardia costiera libica, pur trovandosi in acque internazionali e compiendo di fatto un atto di pirateria, minacciasse di aprire il fuoco se non le fossero stati consegnati i migranti. L’imbarcazione della Ong aveva a bordo bambini che necessitavano di cure immediate e, nonostante questa urgenza, per 48 ore è stata costretta a vagare in attesa di un porto che la accogliesse. Alla fine è Pozzallo, in Sicilia, a dare luce verde: un gesto di onore e di dignità del nostro Paese, un gesto di cui essere orgogliosi. Ma la nave viene posta immediatamente sotto sequestro dalla Procura di Catania con l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Cosa avrebbero dovuto fare quindi dei migranti soccorsi in acque internazionali? Farli affogare? Darli alla Guardia costiera libica perché finissero nei centri di detenzione libici, accusati dall’Onu di essere luoghi di tortura, stupro, violenza, vessazione e abbandono? Nonostante in campagna elettorale sia risultato vincente attaccare i migranti, sono sicuro che siamo in molti a non avere intenzione di assecondare le bugie sistematiche dette sull’immigrazione: non possiamo permettere che la solidarietà diventi un reato.

Accade quindi che il Procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, noto alle cronache per i suoi „meri sospetti“ sulle Ong, sospetti esternati ormai un anno fa e non corroborati da prova alcuna, accusi di associazione per delinquere il comandante della Open Arms Marc Reig Creus, la responsabile della missione Ana Isabel Montes Mier e il coordinatore generale dell’organizzazione Gerard Canals. Che siano in tre non è casuale, tre è il numero minimo per poter ipotizzare il reato di associazione a delinquere e per poter quindi spostare la competenza del processo da Ragusa a Catania.

La Procura di Catania sequestra immediatamente la nave, impedendole di fare manutenzione e di effettuare altri salvataggi in mare. Esula dalle mie competenze ipotizzare che la nave sarebbe stata più utile in mare piuttosto che ferma a Pozzallo, come prova di ciò che dico adduco non „meri sospetti“ ma la certezza sulle partenze quotidiane dalla Libia di gommoni stracarichi di persone. Va da sé che se accade che una nave allestita per i salvataggi per quasi un mese non possa effettuarne, questo può significare la condanna a morte in mare o alle torture nei lager libici – non so cosa sia francamente peggio – di un numero non quantificabile di persone. Fosse anche una persona sola non sottratta a morte o torture, sarebbe comunque un atto gravissimo.

Quasi subito, il 27 marzo, quindi dopo nove giorni dall’arrivo della Open Arms a Pozzallo e dal suo sequestro, il reato di associazione per delinquere cade, la Procura di Catania e Carmelo Zuccaro perdono la competenza territoriale che torna a Ragusa. Vengono annullati anche gli interrogatori dei membri della nave svoltisi a Pozzallo subito dopo l’arrivo. Vengono annullati perché i tre sotto accusa erano già indagati e quindi non potevano essere interrogati se non alla presenza dei loro difensori.

Resta in piedi il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma forse vale la pena ricordare che, nel nostro Paese, la legge che regolamenta l’immigrazione, legge 189 del 30 luglio 2002, porta il nome di due politici, Umberto Bossi e Gianfranco Fini, che sono stati esponenti di spicco di partiti di destra quando non palesemente xenofobi, quindi non è difficile, salvando vite in Italia, incorrere in questo reato.

Ma quanto a mancanza di umanità siamo in compagnia, pessima compagnia. Lo scorso 10 marzo una guida alpina francese ha prestato soccorso a una famiglia che stava cercando di arrivare in Francia dall’Italia. Erano in mezzo alla neve, a quasi 2000 metri di altezza: un uomo, sua moglie incinta di otto mesi e due bambini di 2 e 4 anni. Voi cosa avreste fatto? Avreste forse pensato: magari poi vado sotto processo, meglio lasciarli qui. Non è fin troppo evidente che tacciare di buonismo questi discorsi e queste azioni è da vili?

E così arriviamo al dissequestro della imbarcazione della Proactiva Open Arms che, dal 17 marzo a oggi, come denuncia Sergio Scandura di Radio Radicale, tra i pochi a seguire dalla Sicilia le evoluzioni e le conseguenze della dottrina Minniti, è „ormeggiata nella parte peggiore e più esposta del porto. Il sequestro sembra impedirne il cambio in un molo sottovento. Pardon, qualcuno spera forse che vada a pezzi?“. Forse sì, ma non lo sappiamo, è certo invece che il dissequestro dell’imbarcazione „salvavite“ della Proactiva Open Arms sancisce il definitivo fallimento della strategia del Procuratore Zuccaro che, dal primo immotivato attacco alle Ong, è stata quella di criminalizzare la solidarietà per renderla reato paventando un anno fa ai microfoni di Matrix (cito testualmente): „Un pericolo per la compattezza di uno Stato come l’Italia che non può sopportare in maniera incontrollata questi flussi“. E sono queste valutazioni che competono alla magistratura? O suo dovere sarebbe applicare la legge, che peraltro stabilisce che un soggetto indagato sia sempre sentito con l’assistenza del proprio difensore? E mentre la magistratura inquirente (o meglio, una parte di essa) suggerisce indirizzi da seguire su materie che non le competono, la politica cosa fa? Non sarò l’unico a ricordare le difese di ufficio che alcuni politici fecero delle dichiarazioni di Zuccaro: un capovolgimento di ruoli che aveva dell’incredibile e che sarebbe sfociato nella stesura del codice di condotta per le Ong e nell’accordo mortifero con la Libia.

In quella stessa intervista rilasciata da Zuccaro a Matrix, al magistrato sembrava strano che le Ong secondo lui „nate dal nulla“ avessero disponibilità economica per effettuare salvataggi in mare senza pretendere un ritorno. Ma la solidarietà è questa: non si guadagna dalla solidarietà se non in riconoscenza. E infine, per tornare a quell’intervista di un anno fa, del fascicolo conoscitivo aperto sulle sette Ong, che con tredici navi battevano i mari intorno alla Sicilia, non se ne sa più nulla. Un fascicolo aperto sulla base di „meri sospetti“. Di quei meri sospetti cosa ne è stato, oltre al tanto fango gettato sulla solidarietà internazionale? Purtroppo, il drammatico sospetto che si materializza oggi, all’indomani del dissequestro della Proactiva Open Arms, è che la forzatura della legge sostanziale e processuale sia stata il frutto della necessità di giustificare affermazioni irresponsabili che hanno danneggiato l’autorevolezza dell’intera magistratura, apparsa purtroppo come un potere docile, accucciato ai piedi della politica, della peggiore politica. Comportamento che ha peraltro determinato il crollo delle donazioni alle Ong attive nel Mediterraneo, che questa estate produrrà nefaste conseguenze in mare.

Ma oggi (ieri per chi legge) la decisione del Gip di Ragusa rimette le cose al loro posto sul piano del Diritto, prima ancora che del buon senso. Questo è il passaggio che riguarda le motivazioni del dissequestro: „Non si ha prova che si sia pervenuti in Libia ad un assetto accettabile di protezione dei migranti soccorsi in mare. Manca la prova anche della sussistenza di porti sicuri in territorio libico in grado di accogliere i migranti soccorsi nelle acque Sar di competenza nel rispetto dei loro diritti fondamentali. In difetto di tale prova, la scriminante dello stato di necessità rimane in piedi“. Queste righe costituiscono la parte del provvedimento focalizzata sul rispetto dei diritti umani fondamentali in Libia, talmente assente da determinare lo „stato di necessità“ per i soccorsi in mare effettuati anche „contro“ la Guardia Costiera libica. Tutto questo ha esiti devastanti per il Governo italiano uscente e per il ministro degli Interni Marco Minniti, che hanno più volte difeso la scelta di favorire nei fatti la detenzione dei migranti nei campi di concentramento libici piuttosto che il loro salvataggio in mare da parte delle Ong.

Resta il dubbio atroce sulla condotta di una Procura che, per trattenere una competenza a indagare che non aveva, ha ipotizzato in maniera spericolata un reato inesistente, ha interrogato persone indagate senza l’assistenza di un difensore e che con il proprio agire ha coinvolto la credibilità dell’intera magistratura inquirente italiana in una debacle morale (prima che sul piano del diritto), che forse è il caso che venga approfondita nelle sedi opportune. Altrimenti tutti, ma proprio tutti, dovranno sentirsi complici dell’accaduto.

„Finché tu soffri per te, per la tua fame, per la miseria tua, della tua donna e dei tuoi figli. Finché ti avvilisci e ti rassegni allora tutto va bene. Sei un buon padre di famiglia, un buon cittadino. Ma appena tu soffri per la fame degli altri, per la miseria dei figli degli altri, per l’umiliazione degli altri uomini allora sei un uomo pericoloso, un nemico della società“ questa frase, realistica e struggente, è di Curzio Malaparte.

Vi esorto dunque a essere „uomini e donne pericolosi“: è l’unico modo, questo, perché le vite di ciascuno di noi abbiano davvero un senso.

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