30. Mai 2018 · Kommentare deaktiviert für Konferenz in Frankreich: Libysche Rivalen beraten in Paris · Kategorien: DT, Frankreich, Italien, Libyen · Tags:

taz | 29.05.2018

Präsident Macron hat nach Paris geladen. Verschiedene Machthaber sollen sich auf Neuwahlen in Libyen und das Ende ihrer Konflikte verständigen.

Mirco Keilberth

Um einen Fahrplan für eine neue Verfassung und Neuwahlen in Libyen zu entwerfen, nehmen libysche und internationale Delegationen an einer Konferenz in Paris teil. Neben dem Kommandeur des östlichen Teils der libyschen Armee, Khalifa Hafter, sind Parlamentssprecher Agila Saleh und aus der libyschen Hauptstadt Tripolis Premierminister Serraj und Präsidialratschef Mijbri angereist.

Der von den Vereinigten Arabischen Emiraten und Ägypten unterstützte Hafter, der den Osten des Landes kontrolliert, weigert sich, mit den Ministern der Regierung Serraj in Tripolis im Westen Libyens zusammenzuarbeiten und hält den der Muslimbruderschaft angehörenden Mij­bri für einen „Unterstützer von Terroristen“.

Der Konflikt zwischen rivalisierenden Machtzentren lähmt das Land seit Jahren. Die politische Ost-West-Spaltung Libyens droht, das fragile Wirtschaftssystem endgültig zu zerstören, während in den Sahara-Provinzen des Südens Schmuggler, Rebellen aus den Nachbarländern und salafistische Milizen immer mächtiger werden. Die meisten Institutionen in den beiden Machtzentren Bengasi und Tripolis sind funktionslos; die Zentralbank und die staatliche Ölagentur NOC sind zweigeteilt. „Uns fehlt ein ordentliches Budget und wir haben kaum Einfluss auf die Milizen. Eher haben diese uns in der Hand“, gibt Serrajs Arbeitsminister Almhadi Alaman gegenüber der taz zu.

Die aus dem benachbarten Tunis operierenden Diplomaten haben die Hoffnung aufgeben, dass der gutmütige Geschäftsmann und Premier Serraj in Tripolis das 5-Millionen-Einwohnerland einen kann. Denn jede Partei hat eigene internationale Gönner. Aufgrund der reichen Öl- und Gasvorräte Libyens unterstützen die arabischen Golfstaaten die zahlreichen lokalen Milizen. Hafters Armee wird unter Umgehung des UN-Waffenembargos von der ägyptischen Armee mit russischen Waffen versorgt. Die religiös-konservative Szene der ehemaligen Revolutionäre setzt auf Unterstützer in Katar, der Türkei und in London, wo die Muslimbrüder im Exil gute Verbindungen bis in die Downing Street knüpfen konnten.

Paris setzt ebenso wie Ägypten und Russland auf den selbsternannten Feldmarschall Hafter, obwohl dieser unter Muammar Gaddafi in den 1980er Jahren Libyens Armeeoffensive im Tschad anführte, die zu einem mehrjährigen Wüstenkrieg gegen Frankreich führte und im Fiasko endete. Heute sind wieder Gruppen aus Mali, Tschad und Niger entlang der 2.500 Kilometer langen unmarkierten Südgrenze Libyens aktiv.

Aus all diesen Gründen sind die Erwartungen in das Pariser Treffen gering. „Anders als man in Paris noch vor zwei Jahren hoffte, wird Hafters Armee Libyen nicht unter Kontrolle bringen können“, sagt der Aktivist Yunis Issa aus dem südlibyschen Kufra. „Auch politisch ist das Land schwer zu einen, zumindest so lange sich mit Schmuggel und Waffen schnelles Geld verdienen lässt, während die Regierung keine Autorität hat.“

Nach einem von Macrons Team an die ägyptische Regierung verschickten Konferenzplan, der an die Öffentlichkeit gelang, soll das Pariser Treffen die Libyer davon überzeugen, die Registrierungsfrist für Neuwahlen zu verlängern und gleichzeitig über einen Verfassungsentwurf abstimmen zu lassen. Die zum Jahresende geplanten Wahlen sollen von einer allumfassenden Versöhnungskonferenz vorbereitet werden, die geflohenen Gaddafi-Anhängern die Rückkehr ermöglichen soll. Doch Beobachter sorgen sich, dass Neuwahlen die in Hinterzimmern ausgehandelte Machtbalance zerstören könnten – wie 2014, als Wahlen zum Ausbruch schwerer Kämpfe in Tripolis führten.

Westlibysche Milizenchefs lehnen die Initiative von Paris sowieso ab. In einer gemeinsamen Erklärung wenden sich 14 Gruppen gegen eine neue „Militärdiktatur“ unter Hafter nach ägyptischem Vorbild. Die Antwort aus dem Élysée-Palast war knapp: Das in libyschen Medien veröffentlichte Konferenzdokument sei eine Fälschung.

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Internazionale | 29.05.2018

Il piano francese sulla Libia che non piace all’Italia

Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale

Emmanuel Macron ci prova ancora una volta. Il 29 maggio il presidente francese ha convocato una conferenza internazionale sulla Libia a Parigi per assumere il ruolo di arbitro in uno dei conflitti più complessi della storia recente, quello cominciato con la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011. Approfittando del vuoto politico in Italia, Macron vuole riprendere le fila di una trattativa avviata un anno fa e che finora non ha portato alcun risultato.

Al vertice francese parteciperanno i due principali protagonisti della crisi libica: il primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli, Fayez al Sarraj, e l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico. Interverranno all’incontro anche alcune personalità politiche e istituzionali importanti del paese, come Aguila Saleh Issa, il presidente della camera dei rappresentanti con sede a Tobruk, nell’est del paese, e Khaled al Mishri, presidente dell’alto consiglio di stato, l’organo legislativo del governo di Tripoli. Al Mishri è un esponente dei Fratelli musulmani.

Alcune assenze tuttavia si faranno sentire, per esempio quella dei rappresentanti di tredici organizzazioni e gruppi armati dell’ovest tra cui la delegazione di Misurata, che in una lettera indirizzata al Consiglio di stato ha sconfessato l’iniziativa francese. Nella notte tra il 25 e il 26 maggio alcune milizie di Misurata, tra cui la Brigata 301, sono entrate nel centro di Tripoli e hanno preso il controllo di alcuni palazzi governativi, controllati dalle guardie presidenziali.

La notizia è stata smentita dal governo di unità nazionale, ma è stata ripresa e diffusa da diversi giornali libici e dalla tv panaraba Al Arabiya che addirittura ha parlato di una presa della tv di stato da parte di tre milizie, in passato fedeli ad Al Serraj, che avrebbero inscenato una prova di forza nei confronti del governo di Tripoli, un ulteriore segnale d’instabilità in un paese conteso da decine di gruppi armati.

Il governo di Parigi, tuttavia, è fiducioso e assicura che tutti i partecipanti al vertice firmeranno un documento finale che definirà un percorso in tredici punti e che porterà alla convocazione di nuove elezioni legislative e presidenziali entro la fine del 2018. In vista delle elezioni la road map francese prevede una serie di riforme istituzionali: lo scioglimento del parlamento di Tobruk, l’apertura delle iscrizioni alle liste elettorali per altri trenta giorni, l’unificazione della banca centrale (al momento ce ne sono due), un referendum sulla costituzione, e la definizione di sanzioni per le fazioni che non rispetteranno le scadenze elettorali imposte dall’Onu.

Al summit è stato invitato anche l’inviato speciale dell’Onu per la Libia Ghassan Salamé, che negli ultimi mesi si era impegnato proprio in un progetto di pacificazione nazionale, ma con un orientamento opposto a quello dei francesi. Per Salamé la priorità è sempre stata quella di coinvolgere tutte le forze rivali nel processo di pace, che avrebbe portato solo in seguito alla convocazione di nuove elezioni. Per questo, secondo alcuni analisti, l’iniziativa francese delegittimerebbe l’operato di Salamé e potrebbe metterne a rischio i risultati. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu che si è svolto la scorsa settimana anche la Russia ha condiviso le preoccupazioni sull’efficacia di nuove elezioni in un contesto d’instabilità generale.

“La modalità e la tempistica con cui la Francia ha rilanciato il proprio ruolo nella crisi libica gettano più di un’ombra sulla volontà di Parigi di incidere realmente sulle cause profonde della frattura istituzionale e della frammentazione politica e sociale del paese. Inoltre aprono inquietanti interrogativi circa le prospettive di stabilizzazione e l’esito delle altre iniziative diplomatiche in corso, prima fra tutte quella guidata dalle Nazioni Unite”, afferma Lorenzo Marinone del Centro studi internazionali.


“La conferenza annunciata per il 29 maggio ha come obiettivo principale l’accelerazione del percorso elettorale (da ultimare entro la fine del 2018) e posticipa la risoluzione di gran parte dei più importanti nodi negoziali al periodo successivo al voto. Al contrario, tutta l’opera di diplomazia dell’Onu è imperniata sulla creazione prioritaria di un consenso nazionale, che fornisca adeguate garanzie circa l’accettazione da parte di tutti gli attori dei risultati delle urne, viste come passaggio conclusivo”, conclude Marinone.

Anche l’Italia ha espresso perplessità sulla strategia francese, come era successo già un anno fa quando aveva definito “unilaterale” l’azione di Macron. L’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone, in un’intervista al Mattino ha stroncato il vertice. “Divisioni e iniziative caotiche potrebbero contribuire al ritorno delle barche della morte”, ha detto Perrone puntando il dito contro la proposta diplomatica francese, che secondo l’ambasciatore potrebbe mettere in discussione la strategia italiana. Il 2 febbraio 2017 l’Italia ha firmato un Memorandum d’intesa con il governo di Tripoli che prevede finanziamenti e sostegno del governo italiano al governo Al Serraj per fermare le partenze di migranti dalla Libia verso le coste italiane e la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale.

Obiettivo in parte raggiunto dall’Italia, che nel 2018 ha registrato una riduzione degli arrivi di migranti del 75 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un aumento della mortalità registrata lungo la rotta del Mediterraneo centrale (3,8 per cento nel 2018: è morto un migrante ogni 32 partiti). Questa strategia ha fatto sì che ogni tre persone partite dalle coste libiche una sia intercettata e riportata indietro dalla guardia costiera libica, finanziata dall’Italia. Inoltre i tempi di detenzione dei migranti si sono allungati e tutte le organizzazioni umanitarie presenti nel paese hanno denunciato condizioni inumane e degradanti nella detenzione, tra cui torture, violenze, stupri, esecuzioni sommarie e estorsioni.

Duemila arrivi in tre giorni

A bordo della nave Aquarius di Sos Mediterranée e di Medici senza frontiere il 26 maggio è nato un bimbo di 2,8 chili a cui è stato dato il nome di Miracle. La madre, una donna di origine nigeriana di appena 18 anni, ha raccontato di essere stata detenuta in Libia per un anno, di aver subìto violenze e di essere stata lasciata senz’acqua e senza cibo.

La ragazza è stata soccorsa con altre 68 persone di origine subsahariana al largo della Libia, dove nell’arco di pochi giorni si sono intensificati i salvataggi di numerose imbarcazioni in difficoltà cariche di migranti. Rispetto ai mesi precedenti i migranti e i soccorritori hanno raccontato di non aver visto la guardia costiera libica durante le operazioni di salvataggio. “Una volta sbarcati, i migranti intercettati negli ultimi quattro giorni non hanno raccontato di aver incontrato la guardia costiera libica”, racconta Marco Rotunno dell’Unhcr. Per Rotunno l’aumento dei salvataggi sarebbe legato però semplicemente alle condizioni buone del mare.

“Da venerdì sono stati soccorsi circa 2.200 migranti al largo della Libia”, afferma Flavio Di Giacomo dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), che ha assistito a diversi sbarchi avvenuti in Sicilia nel corso degli ultimi giorni. I migranti sono di origine eritrea, subsahariana o tunisina e sono partiti dai porti orientali di Al Khoms, Garabulli, ma anche da Zuwara e Sabrata, spiega Di Giacomo.

“C’è poi un fenomeno che stiamo registrando negli ultimi tempi di cinquecento migranti che sono partiti dalla Tunisia. A bordo ci sono ultimamente non solo tunisini, ma anche persone della Sierra Leone o da altri paesi dell’Africa occidentale”, assicura Di Giacomo. “Ma la maggior parte dei migranti, circa 1.800, sono comunque partiti dalla Libia, anche se non sono chiari i motivi dell’aumento delle partenze”.


Le condizioni dei centri in Libia continuano a essere terribili e i tempi di detenzione si sono allungati: “Un ragazzo della Guinea è stato detenuto per otto mesi in un centro di Bani Walid, ogni giorno veniva torturato dai trafficanti che volevano chiedere soldi alla famiglia al telefono. Ha ferite molto profonde, sulle gambe i segni delle botte ricevute, un piede rotto. E gli hanno tagliato un dito con un trapano. Poi, siccome non è riuscito a pagare, è stato abbandonato sulla strada”, racconta Di Giacomo, precisando che nel caso delle persone in fuga dalla Libia di non ha senso parlare di “migranti economici”. Per Di Giacomo tutti quelli che sono passati dalla Libia dovrebbero avere diritto a un permesso umanitario per entrare in Europa. “Portano segni di tortura o maltrattamenti, alcuni di violenza estrema”, conferma Rotunno.

Il 23 maggio Medici senza frontiere (Msf) ha denunciato che un centinaio di migranti scappati da un centro di detenzione a Bani Walid sono stati inseguiti dai trafficanti, che gli hanno sparato. I feriti sono stati venticinque. Secondo i sopravvissuti, almeno quindici persone sono morte nella sparatoria e almeno quaranta, soprattutto donne, sono rimaste nel centro. “Alcuni di loro hanno raccontato di essere stati tenuti prigionieri per tre anni. Cicatrici, segni visibili di ustioni elettriche e vecchie ferite infette mostrano le drammatiche condizioni che hanno dovuto subire. Sono traumatizzati e sono in maggior parte minori non accompagnati”, afferma Msf.

Parlando al Consiglio di sicurezza dell’Onu la scorsa settimana, Salamé ha ribadito che contrastare il traffico di esseri umani in Libia è una delle questioni fondamentali di cui il processo di pace dovrà farsi carico. Secondo l’inviato dell’Onu, il sistema economico libico si fonda al momento sui traffici illeciti (non solo quello di esseri umani) e sul mercato nero e questo rappresenta un ostacolo all’evoluzione politica del paese, che oggi dipende da “un modello economico perverso”.

Aggiornamento

Il 29 maggio, al termine del summit a Parigi, i leader delle fazioni libiche hanno deciso di definire “una base costituzionale per le elezioni entro il 16 settembre” e di “tenere elezioni parlamentari e presidenziali il 10 dicembre”. L’accordo non è stato firmato, ma solo accettato verbalmente. “Un incontro storico, sostenuto da tutto la comunità internazionale”, ha detto Macron al termine del vertice. Anche l’inviato dell’Onu per la Libia, Ghassan Salamé, ha definito “storico” l’incontro, dicendosi “ottimista” sul processo politico avviato: “Noi non ci sostituiamo ai libici, sono loro che vanno d’accordo, è importante”. Ma i rappresentanti dei gruppi di Misurata che non hanno partecipato al vertice non hanno riconosciuto la validità dell’accordo.

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