11. Juni 2018 · Kommentare deaktiviert für Cronaca di una giornata sull’Aquarius · Kategorien: Italien, Malta · Tags:

Internazionale | 11.06.2018

Annalisa Camilli

Dalla sera del 10 giugno la nave Aquarius di Sos Méditerranée e Medici senza frontiere è ferma a 35 miglia dalle coste italiane, in attesa che le autorità decidano quale è il porto di destinazione, ma la situazione a bordo è sempre più critica. La nave trasporta 629 persone, salvate in diverse operazioni al largo della Libia nel corso del weekend: i viveri basteranno ancora soltanto per poche ore. Nel frattempo il nuovo governo spagnolo, guidato dal socialista Pedro Sánchez, ha dato la sua disponibilità allo sbarco dei migranti nel porto di Valencia, in Spagna, che dista però qualche giorno di navigazione dal punto in cui la nave umanitaria si trova in questo momento.

L’annuncio è stato accolto con sorpresa da Medici senza frontiere che in un comunicato ha detto di non aver ricevuto ancora comunicazioni ufficiali. “Medici senza frontiere ha appreso dai mezzi d’informazione che il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha offerto Valencia come porto di sbarco per la nave Aquarius. Non abbiamo ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale in merito da parte dei centri di coordinamento dalla centrale operativa della guardia costiera di Italia o Spagna. La situazione a bordo per le 629 persone soccorse, con diverse di loro che hanno bisogno di assistenza medica, richiede una soluzione urgente”.

“Le persone a bordo hanno cominciato a chiedere cosa sta succedendo”, racconta Alessandro Porro, uno dei volontari italiani di Sos Méditerranée. “Li abbiamo informati che stiamo aspettando istruzioni per l’indicazione di un porto di sbarco, ma li abbiamo rassicurati sul fatto che non li porteremo in Libia, questa è la loro maggiore preoccupazione”, racconta Porro. A bordo non ci sono casi medici che hanno bisogno di un immediato trasferimento: ci sono sette donne incinte che probabilmente saranno trasportate in Italia con delle motovedette italiane perché non possono sostenere il viaggio verso la Spagna. “Le persone a bordo hanno problemi di disidratazione, di ustioni da carburante e infine c’è un ragazzo che ha bisogno di un intervento chirurgico”, continua Porro. Le motovedette con i presidi medici, che erano state annunciate dal governo italiano, non sono mai arrivate.

“Avere più di seicento persone a bordo implica che lo spazio a loro disposizione non sia molto, la nave è lunga settanta metri, non è un traghetto. Per ora non ci sono ancora state tensioni, ma la situazione non è facile, ci stiamo facendo aiutare dagli stessi migranti per le pulizie. Solo le donne possono stare sotto coperta, gli uomini e i ragazzi sono sul ponte, all’aperto”, continua Porro che spiega che di solito il tempo di permanenza in queste condizioni è di uno o due giorni. “Non c’è problema né per il carburante né per l’acqua, perché l’Aquarius ha al momento parecchia autonomia e ha un impianto di desalinizzazione dell’acqua marina, ma i viveri finiranno entro poche ore”, conclude Porro.

:::::

Internazionale | 11.06.2018

L’Italia può chiudere i porti alle navi delle ong?

Annalisa Camilli

La nave Aquarius della ong Sos Méditerranée e di Medici senza frontiere è bloccata a 35 miglia dalle coste italiane e a 27 miglia da Malta con 629 persone a bordo dal 10 giugno, quando il governo italiano ha rifiutato di assegnare un porto di sbarco alla nave umanitaria che batte bandiera di Gibilterra. I migranti, tra cui 123 minori non accompagnati, undici bambini e sette donne incinte erano stati soccorsi in diverse operazioni al largo della Libia con il coordinamento dalla Centrale operativa della guardia costiera di Roma (Mrcc).

In una nota ufficiale diramata la sera dello stesso giorno, il ministro dell’interno Matteo Salvini e il ministro dei trasporti e delle infrastrutture Danilo Toninelli hanno spiegato che la capitaneria di porto italiana ha chiesto a Malta di far attraccare alla Valletta la nave Aquarius, aprendo un contenzioso diplomatico con le autorità maltesi che rifiutano di assegnare un porto di sbarco.

Salvini può chiudere i porti? Quali violazioni commetterebbe? E perché Malta non accetta mai di far sbarcare i migranti?

Salvini può chiudere i porti?

L’Italia è uno stato sovrano e il governo può decidere di negare l’attracco a una nave che batte una bandiera straniera se sospetta che ci sia stata una violazione delle leggi italiane e che l’arrivo della nave arrechi “pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello stato costiero” in base alla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, ratificata dall’Italia nel 1994. “Questo chiusura può avvenire, ma con dei limiti ben precisi”, spiega Dario Belluccio dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione. “Per esempio, nel caso dell’Aquarius, la nave trasporta dei naufraghi che sono stati soccorsi sotto il coordinamento delle autorità italiane, quindi l’Italia è responsabile per la sorte di queste persone. Sottraendosi a questa responsabilità violerebbe norme e trattati internazionali”. Inoltre, aggiunge Belluccio, “a bordo ci sono sette donne in gravidanza, undici bambini e un centinaio di minori, ed è stato dichiarato che ci sono viveri per poche ore. Questa è a tutti gli effetti una situazione di pericolo e in un caso del genere non è possibile impedire a una nave straniera di attraccare”.

Perché chiudere i porti è illegale?

Come messo in luce da molti analisti, la chiusura dei porti a navi umanitarie è in contrasto con alcune norme del diritto internazionale secondo cui le persone soccorse in mare devono essere trasportate nel porto sicuro più vicino alla zona del salvataggio. “Se è vero, insomma, che un obbligo di autorizzare l’ingresso nel porto alle suddette imbarcazioni non pare direttamente deducibile, per l’Italia, dalle convenzioni Sar e Solas, è pur vero che la chiusura dei porti italiani implicherebbe necessariamente una serie di conseguenze sul piano del rispetto di norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei rifugiati”, scrivono Francesca De Vittor e Pasquale De Sena dell’università Cattolica di Milano.

“Se l’Italia chiudesse i porti alle persone che ha appena soccorso, violerebbe l’articolo 33 della convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e gli articoli 2, 3 e l’articolo 4 del quarto protocollo della convenzione europea dei diritti dell’uomo”, spiega Dario Belluccio dell’Asgi.

La vicenda infatti si sta configurando come un respingimento collettivo, reato per cui l’Italia è stata già sanzionata nel 2012 nel caso Hirsi. “Se poi malauguratamente alle persone a bordo dovesse succedere qualcosa di grave o se addirittura morissero, l’Italia dovrebbe rispondere anche al livello penale di quanto successo, quantomeno in termini di omissione di soccorso perché Roma ha gestito il coordinamento delle operazioni”, aggiunge Belluccio.

Perché Malta non fa sbarcare i migranti?

Osserva Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato della clinica dei diritti dell’università di Palermo, che Malta dipende da anni dal coordinamento italiano. “Malta non ha mai sottoscritto alcune modifiche della convenzione di Amburgo del 1979 e della convenzione Solas introdotte nel 2004. Queste norme prevedono che lo sbarco avvenga nel paese che ha coordinato i soccorsi, e da sempre in quel tratto di mare i soccorsi sono stati coordinati dall’Italia. Quindi, in base al diritto internazionale e alla prassi i soccorsi coordinati dall’Italia hanno sempre indicato un porto di sbarco italiano”.

La questione è delicata, perché Malta ha dichiarato unilateralmente la sua zona di ricerca e soccorso (Sar), un’area molto ampia che però non è riconosciuta dalle autorità marittime internazionali. “Non avendo però sottoscritto quegli articoli del 2004, Malta rifiuta di fornire lo sbarco in un porto sicuro anche se il soccorso è avvenuto nella sua zona Sar”, conferma Belluccio dell’Asgi.

Perché l’Italia è l’unico stato a intervenire nel Mediterraneo?

Come ricostruito dalla Guida sui soccorsi in mare stilata dalla Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili (Cild), tutti gli stati costieri del Mediterraneo sono tenuti, alla luce della convenzione di Amburgo, a mantenere un servizio di ricerca e soccorso e devono coordinarsi tra di loro. Nel corso della conferenza Imo (International maritime organization) di Valencia del 1997, il mar Mediterraneo è stato suddiviso in diverse zone di ricerca. L’area di responsabilità italiana rappresenta circa un quinto dell’intero Mediterraneo, ovvero 500mila chilometri quadrati.

Tuttavia il governo maltese, anch’esso responsabile di una zona vastissima, si è avvalso finora della cooperazione dell’Italia per il pattugliamento della sua zona di responsabilità: nella prassi il Centro di coordinamento regionale Sar maltese non risponde alle imbarcazioni che la contattano, né interviene quando interpellato dal Centro di coordinamento regionale della Sar italiana. La mancata risposta dell’autorità maltese, tuttavia, non esonera dall’intervento di soccorso la singola imbarcazione che ha avvistato il natante in panne.

Di fatto, a seguito della mancata risposta (o risposta negativa) della Sar maltese, la singola imbarcazione chiederà l’intervento della Sar italiana che coordinerà l’intervento.

Ähnliche Beiträge

Kommentare geschlossen.