Der UNHCR hat immer wieder darauf hingewiesen, dass die libyschen Internierungslager, in denen überwiegend zurückdeportierte Boat-people festgehalten werden, unzugänglich seien. Eine vernünftige UN-Versorgung mit Nahrungsmitteln sei trotz dort herrschender Unterernährung nicht ausreichend möglich, medizinische und sanitäre UN-Betreuung ebenfalls nicht, und eine systematische Registrierung der zugegebenermaßen „folterähnlichen“ Bedingungen sei undenkbar. Eine sofortige Evakuierung aller libyschen Internierungslager organisiert die UNO nicht einmal jetzt, nach der Bombardierung von Tajoura mit 60 bis 100 Toten.

Die Bombardierung hat sozusagen einen kurzen Blick in das Lager Tajoura geöffnet. Ein spanischer Fotojournalist war in den Tagen zuvor da. Ein italienischer Reporter ebenso. Sie berichten von der Art der Bewachung, von ihren kurzen Verhandlungen mit den Bewachern und vom unbeschreiblichen Innenleben des Lagers. Erst nach der Bombardierung wurden Teile ihrer Berichte und Fotos veröffentlicht. Sie beschreiben, dass Italiener*innen und europäische Menschenrechtsorganisationen dort ein und aus gehen. In der Nacht der Bombardierung hatten die genannten Reporter direkten Kontakt mit den Internierten. 

Das Leben in den libyschen KZs findet nicht auf weltverschlossenen Inseln statt, sondern ist mannigfach mit unserer Außenwelt verbunden. Eine Evakuierung aller Internierten nach Europa wäre noch heute möglich. Wenn es Bewegung dafür gäbe.

Anzumerken ist, dass die UNO die Geo-Daten der Internierungslager an alle Kriegsparteien in Libyen übermittelt haben will, und dass mehrere französische Militärberater neben einem Dutzend Militärberater aus den Vereinigten Emiraten auf der Seite der Haftar-Truppen nahe Tripolis stationiert waren, wie „La Repubblica“ meldet.

El antes y el después del ataque a un centro de migrantes en Trípoli

4 fotos

El 24 de junio el fotógrafo de EL PAÍS Carlos Rosillo visitó las instalaciones para migrantes y refugiados presos en el centro de Tayura. Esta madrugada, este mismo centro fue bombardeado por las tropas del mariscal Jalifa Hafter. Te mostramos las instalaciones antes y después del ataque […]
El Pais | 03.07.2019

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Libia. Nel centro di Tajoura, dove 700 migranti vivevano ammassati e imploravano le ong: “Non lasciateci soli”

Tajoura è uno dei 23 centri di detenzione co-gestiti dal Dcim del Governo di Accordo Nazionale. Per avvicinarsi ed entrare all’interno dell’area detentiva non ci sono soldati o poliziotti del governo di al-Sarraj. I varchi sono gestiti da uomini in borghese, uomini di milizie ‘amiche’ su cui il leader del Gna deve fare completo affidamento per gestire il suo potere

di Pierfrancesco Curzi

[…] Poche ore fa, in piena notte, l’ex caserma utilizzata ai tempi di Muammar Gheddafi, oggi trasformata in prigione governativa, in parte a cielo aperto, per accogliere i migranti, è stata bombardata. Si parla di almeno una quarantina di morti, ma fonti diplomatiche tendono a raddoppiare, se non addirittura a triplicare il numero delle persone rimaste a terra. Tajoura è uno dei 23 centri di detenzione co-gestiti dal Dcim (il Dipartimento per il contrasto all’immigrazione clandestina) del Governo di Accordo Nazionale, guidato dal 2016 da Fayez al-Sarraj, e supportato dalle Nazioni Unite, dalla Turchia e dall’Italia, l’unico Stato a mantenere operativa una propria ambasciata in Libia. Il centro si trova a breve distanza dalla base militare di una milizia in supporto al Gna, la milizia di Bugra. Lo stesso obiettivo dell’attacco missilistico del maggio scorso, sempre diretto sulla base, ma che accidentalmente ha colpito la prigione.

I centri sono dislocati nell’intera Tripolitania, mentre quelli presenti all’interno dell’area metropolitana della capitale erano 8, poi ridotti a 6 a causa degli scontri armati degli ultimi mesi. Ora con Tajoura fuori uso, i circa 700 migranti ristretti nella prigione dovranno essere ancora redistribuiti nelle altre strutture. Gli altri hub, ossia centri principali in città, erano e sono Trik Al-Sikka, Trik al-Matar, Khoms, Zawiya, Ghanzour e l’ultimo nato Sabaa (tradotto significa ‘Il Settimo’).

[…] Sicurezza garantita a Tripoli, ma solo all’interno di una sorta di zona rossa.

Tajoura, quartiere lontano dal centro città, è sul limitare dell’invisibile ma palpabile confine tra legalità e terra di nessuno. Periferia sud-est, il centro si trova in un quartiere poco abitato, tra macchie di vegetazione, ampi spazi desertici e una serie di compound militari dismessi, abbandonati o trasformati in prigioni autorizzate. Per avvicinarsi e per entrare all’interno dell’area detentiva non ci sono soldati o poliziotti del governo di al-Sarraj. I varchi sono gestiti da uomini in borghese, soldati di milizie ‘amiche’ su cui il leader del Gna deve fare completo affidamento per gestire il suo potere. I miliziani imbracciano fucili e si tengono in contatto con il campo attraverso radio ricetrasmittenti a cui comunicare gli accessi. Ottenere il permesso ad entrare non è scontato, “dipende anche dagli umori dei singoli” ci dice uno degli accompagnatori locali. Su una mura smaltata di bianco di fresco c’è l’intestazione scritta in inglese, le scritte nei tre colori della bandiera, verde, rosso e nero: ‘Centro di accoglienza contro l’immigrazione illegale gestito dal Ministero dell’Interno’.  

Dall’enorme parcheggio antistante si accede nel centro, un mega edificio squadrato, un parallelepipedo simile a un classico capannone industriale con poche e piccole finestre sbarrate da assi in ferro per non consentire le fughe. Il centro di detenzione è diviso in due settori: quello per donne e bambini e l’altro per gli uomini adulti, sopra i 14 anni. L’ingresso è regolato da una ampia porta scorrevole, mentre l’area è circondata in parte da un muro alto almeno tre metri e dal filo spinato. Nel giorno della nostra visita sono in corso delle vere e proprie ‘pulizie di primavera’, i migranti sono stati fatti uscire per disinfestare tutti gli ambienti e poi parcheggiati all’esterno, a caccia di ogni zona d’ombra possibile.

Il sole picchia duro, il caldo è a tratti irrespirabile. Nella parte maschile ci sono subsahariani in arrivo da quasi tutti i Paesi dell’Africa occidentale, dal Mali alla Costa d’Avorio, passando per Gambia, Nigeria, Burkina Faso e così via. Le loro storie sono simili nella loro drammaticità: il viaggio durissimo nel Sahara attraverso il Niger, da Agadez fino ai confini libici e infine le detenzioni. Chiedono aiuto, un aiuto che vada oltre quello ricevuto per la sopravvivenza da parte di poche ong, in particolare italiane, le uniche ancore di salvezza per questa gente disperata.

Nella parte posteriore del compound, oltrepassato un piccolo cancello, si accede alla zona femminile. A decine sono le giovani donne, anche giovani mamme, intente a badare ai loro piccoli e tra loro anche il bambino vivace che sguazza dentro la tinozza consunta sotto gli occhi stanchi della madre e delle guardie carcerarie governative. Il personale delle organizzazioni italiane fornisce beni di prima necessità per l’igiene, fondamentali in posti dove non si trova nulla per curarsi: sapone, dentifrici e soprattutto assorbenti. Le donne sono ammassate agli angoli del capannone dove sono disponibili spazi d’ombra, sedute sopra cumuli di materassini e coperte che in serata rientreranno nelle stanze di detenzione, una volta finite le disinfestazioni: “Non ci sono medici per curare le nostre malattie, se non fosse per le ong italiane qui dentro saremmo ridotte anche peggio. Aiutateci”, ci chiede una giovane donna di origini eritree. Indossa un vestito lungo e un velo color turchese ad avvolgere un viso bellissimo: “Vi prego, non lasciateci soli, fate qualcosa”, fa in tempo ad implorarci prima che le guardie ci chiedano di uscire. Fine della missione.

Il Fatto Quotidiano | 03.07.2019

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Libia, attacco aereo al centro migranti, 100 morti. Consiglio di sicurezza Onu ancora in riunione

Secondo altre fonti diplomatiche gli Usa terrebbero in stallo la situazione in attesa di indicazioni da Washington. Salvini: „È un crimine di Haftar, il mondo deve reagire“. Il bombardamento è stato effettuato dalle forze del generale Khalifa Haftar, sostenute dalla Francia e dagli Emirati. Per l’inviato Onu si tratta di crimine di guerra […]

La Repubblica | 03.07.2019

Libysche KZs und unsere Außenwelt