Seit gestern befindet sich die Mare Jonio des italienischen Netzwerks Mediterranea wieder in der SAR-Zone vor der libyschen Küste. Auf einer Pressekonferenz in Rom hat Mediterranea zeitgleich den Funkverkehr zwischen der italienischen Küstenwache, einem in Tripolis stationierten Boot der italienischen Marine und der sogenannten libyschen Küstenwache präsentiert, der zwischen dem 18. und 19. März aufgezeichnet wurde. Die Aufzeichnungen dokumentieren nicht nur, dass die sog. libysche Küstenwache sprachlich vollkommen überfordert ist, sie dokumentieren vor allem, dass sie de facto dem italienischen Kommando untersteht.

Die Mare Jonio hatte seinerzeit vor der libyschen Küste 50 Boat-people an Bord genommen, weil diese zu ertrinken drohten, obwohl sowohl die italienischen als auch die libyschen Behörden die Hilferufe empfangen hatten und informiert waren. Der Kapitän der Mare Jonio hatte trotz Verbots den Hafen von Lampedusa angesteuert, um die Geretteten sicher an Land zu bringen. Die Veröffentlichung der Aufzeichnungen und ihre Übergabe an den ermittelnden Staatsanwalt in Agrigento sollen Mediterranea vor den Anschuldigungen schützen, die gegen das Netzwerk nach der Rettungsmission erhoben worden sind.

Die Pressekonferenz fand statt vor dem Hintergrund eines heftigen Konflikts zwischen dem italienischen Innen- und Verteidigungsministerium, den die aktuelle Mission der Mare Jonio ausgelöst hat. Salvini hatte in einer Direktive angeordnet, dass die italienischen Häfen auch für die Mare Jonio geschlossen bleiben und diese Direktive auch an die militärische Führung weitergeleitet, die allerdings dem Verteidigungsministerium untersteht.

Documento esclusivo sulle comunicazioni tra l’Italia e la cosiddetta “guardia costiera libica”

Quelle che seguono sono le registrazioni di alcune telefonate intercorse tra il 18 e il 19 marzo, tra il comando generale delle capitanerie di porto – sala operativa – di Roma (IMRCC), una nave militare italiana, di stanza a Tripoli, impegnata nella missione bilaterale tra Italia e Libia denominata “Nauras” (supporto logistico e manutentivo), e la cosiddetta “guardia costiera libica”.

Questi e altri materiali sono stati consegnati alla Procura di Agrigento, come esiti delle attività investigative condotte per difenderci dalle accuse mosse contro di noi a seguito del salvataggio in mare di 50 persone compiuto in acque internazionali a oltre 40 miglia dalle coste libiche, il 18 marzo del 2019.

Il contenuto di queste telefonate impone a tutti una seria riflessione e apre interrogativi sul ruolo effettivamente svolto dal nostro Paese nel Mediterraneo centrale in tema di gestione della ricerca e soccorso in mare.

Mediterranea | 18.04.2019

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Migranti: la Ong Mediterranea passa al contrattacco

La vicenda riguarda il salvataggio da parte della Mare Jonio il 18 marzo scorso. Nell’inchiesta risultano indagati il comandante della nave e il capo missione Luca Casarini. Mentre non si spegne la polemica sulla nuova direttiva di Salvini

TG.La7 | 18.04.2019

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ESCLUSIVO. Migranti, così Roma comanda la Libia. La verità sui respingimenti / Audio

Alcune registrazioni nelle comunicazioni interne tra Italia e Tripoli svelano anomalie e irregolarità che rischiano di trascinare le autorità italiane davanti alle corti internazionali

La nave Mare Jonio aveva soccorso 49 persone a 40 miglia dalle coste libiche il 18 marzo, poi aveva fatto rotta su Lampedusa a causa di condizioni meteomarine avverse. La nave aveva ricevuto il divieto (mai formalizzato) di avvicinarsi alle coste italiane, ma il capitano Pietro Marrone si era rifiutato: «Abbiamo persone da mettere in sicurezza, non fermiamo i motori». Poi alle 19.30 del 19 marzo i migranti erano stati fatti sbarcare a Lampedusa.

«Ma in questi casi non c’è una procedura?», domanda sbigottito un ufficiale italiano a un collega delle Capitanerie di porto. «No – risponde l’altro – è una decisione politica del ministro, stiamo ancora aspettando le direttive». Intanto, però, senza ordini formali la nave Mare Jonio subisce un tentativo di blocco. Poche ore prima, sulle linee telefoniche Roma-Tripoli, si era consumato l’ennesimo riservatissimo scaricabarile a danno dei migranti.

L’inchiesta giornalistica che viene pubblicata oggi in contemporanea da un pool di testate internazionali e per l’Italia Avvenire e Repubblica svela anomalie e irregolarità. Tra questi alcune registrazioni audio (disponibili sul canale Youtube di Avvenire) ottenute nel corso di indagini difensive, che rischiano di trascinare le autorità della penisola davanti alle corti internazionali che stanno investigando sui respingimenti e i morti in mare.

Sono ore convulse quelle tra il 18 e il 19 marzo, quando la nave italiana della Missione Mediterranea aveva a bordo 49 persone salvate nel Mar Libico. Una motovedetta della Guardia di finanza aveva intimato di fermarsi e spegnere i motori. Dopo lo sbarco a Lampedusa il comandante e il capo missione vengono indagati per aver disobbedito, ma ora emergono registrazioni audio e documenti che raccontano un’altra storia e su cui la procura di Agrigento vuole vedere fino in fondo, risalendo l’intera catena di comando fino al vertice politico.

L’ascolto di tutte le registrazioni audio e l’esame della documentazione lasciano sul campo molte domande. A cominciare da quelle sulla reale capacità della Guardia costiera libica di intervenire, ma che segretamente ottiene la supplenza di militari italiani.

Abbiamo ricostruito i momenti ad alta tensione con vite alla deriva, mentre tra Roma e Tripoli passano minuti e ore prima che qualcuno provi a darsi davvero una mossa. L’unica certezza è che bisognava fare il possibile perché non intervenissero i soccorritori della missione civile italiana.

Da Roma le direttive operative per Tripoli

Alle 13.25 del 18 marzo parte verso la Libia una telefonata da Mrcc Roma, il centro di coordinamento e soccorso della Guardia costiera presso il Ministero delle Infrastrutture. Risponde l’ufficiale di servizio a Tripoli che però non è in grado di comprendere le comunicazioni in lingua inglese. Ne nasce una conversazione tragicomica. Degna dei migliori Totò e Peppino spersi tra le piazze della grande Milano. Se non fosse per le 49 vite umane alla deriva nel Mediterraneo, più che da sorridere ci sarebbe da disperarsi. «Le passo l’ufficiale di servizio», dice al libico in ottimo inglese un militare italiano che da Roma sta per porgere la cornetta al suo superiore. Ma il libico non capisce: «L’ufficiale di servizio sono io», ribatte. Da Roma cercano di non perdere la pazienza: «I’m passing you our duty officer», spiegando di nuovo e lentamente che al telefono sta arrivando «l’ufficiale di servizio della guardia costiera italiana». Non c’è verso. Il guardacoste libico sembra perdere le staffe: «Sono io l’ufficiale di servizio», scandisce nel suo inglese stentato, dopo avere però avvertito che la lingua di Shakespeare la parla solo «a little». Troppo poco per gli standard internazionali stabiliti per chi deve gestire situazioni d’emergenza. […]

Avvenire | 18.04.2019

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Video: Migranti sono in pericolo di vita, ma soccorritori italiani e libici non si capiscono: le intercettazioni

Alle 13.25 del 17 marzo scorso arriva a Tripoli una chiamata dal coordinamento di Roma che deve „girare“ ai colleghi libici l’sos del gommone in avaria con a bordo 48 migranti in imminente pericolo di vita. Per la legge, al centralino di Tripoli dovrebbe rispondere 24 ore al giorno un ufficiale della guardia costiera locale in grado di parlare l’inglese. Gli italiani impiegheranno quasi due minuti a trovare l’ufficiale e quasi un quarto d’ora a comunicare – chiamando poi un interprete arabo – le coordinate del gommone.

La Repubblica | 17.04.2019

 

 

 

Hat Italien das Kommando über die sog. libysche Küstenwache?