Die sogenannte libysche Küstenwache der Hauptstadt Tripolis „bleibt an Land“, nun bereits seit sechs Tagen, schreibt der Corriere della Sera. Die Zeitung bezieht sich auf ein Gespräch mit Massud Abdel Samat, dem Marineoffizier, der für die Koordinierung der vier Patrouillenschiffe zuständig ist, die Italien im letzten Jahr „geschenkt“ hat. Es fehle an „Treibstoff, Ersatzteilen oder Mannschaften“. Nur aus der östlich von Tripolis gelegenen Stadt Khoms brechen noch Patrouillenschiffe auf. Unterdessen ist das UNHCR Personal damit beschäftigt, die herumirrenden Geflüchteten in der Hauptstadt zu registrieren und ein kleines „Not-Kit“ (Seife, Decke, Pyjama, Lebensmittel) an sie zu verteilen.

Bei der Gelegenheit zeigt sich der UNHCR schockiert über die mitgeteilten Misshandlungen und Folter von Frauen und sogar Kleinkindern. „Trafficker“ hätten sich als UNHCR-Mitarbeiter verkleidet. In und ausserhalb der libyschen Lager in und um Tripolis habe der UNHCR inzwischen 55.000 Geflüchtete registriert.

La guardia costiera resta a terra

Dagli uffici spogli di quello che resta il comando dei guardiacoste confermano che manca benzina e non ci sono pezzi di ricambio o marinai. «I nostri pattugliamenti in mare sono sospesi da sei giorni. Sappiamo che escono soltanto le unità ormeggiate nel porto di Khoms», specifica Massud Abdel Samat, ufficiale della marina libica che si occupa specificamente di coordinare le quattro motovedette donate l’anno scorso dagli italiani. Per la ventina di operatori internazionali dell’Unhcr che da ottobre lavorano in Libia l’attività si è fatta ancora più convulsa. Nelle ultime ore l’agenzia ha diffuso un comunicato di denuncia preoccupata contro nuovi casi di «stupri, rapimenti e torture» consumati ai danni di rifugiati, che sarebbero anche oggetto di abusi da parte di gruppi criminali che si travestono da personale unhcr. «Siamo in prima linea. Il nostro compito in questo momento è registrare ed accogliere tutti coloro che bussano alle nostre porte, specie se coinvolti negli ultimi combattimenti. Una volta identificati, distribuiamo cibo e kit d’emergenza contenenti saponi per l’igiene personale, coperte, un pigiama e del cibo», ci spiega la portavoce Paola Barrachina, 34enne d’origine spagnola.

«Ne abbiamo registrati oltre 55 mila»

Ieri oltre 300 persone erano state processate. Ma il flusso è pressante. Di fronte alle loro porte la folla resta in attesa. La portavoce riassume la dimensione del fenomeno: «Non vediamo affatto la fine dell’emergenza. Il flusso dall’Africa si è ridotto rispetto all’anno scorso. Ma non cessa. Non abbiamo alcuna idea su quanti siano i migranti in Libia. Si dice trecentomila, mezzo milione, persino ottocentomila. Ma in verità nessuno lo sa. Noi ne abbiamo registrati in tutto oltre 55.000. Ma rappresentano solo una percentuale parziale delle presenze. Ci sono prigioni controllate dalle milizie di cui nessuno parla. Nei centri di detenzione ufficiali libici gli accusati di immigrazione illegale sono compresi tra 6.000 e 8.000. Tra questi ne abbiamo attenzionati 4.500, perché ri-specchiano la definizione di rifugiati, vengono da Paesi in guerra o da situazioni in cui non possono tornare senza rischiare la vita e dunque necessitano di protezione internazionale». […]

Corriere della Sera | 09.09.2018