Seit Freitag, dem 1. März 2019, ist  in Algerien und auch in der französischen Berichterstattung die Behauptung „Bouteflika oder das Chaos“ verschwunden. Drei Millionen Menschen zogen an dem Tag durch alle Städte des Landes. Es war – nach dem 22. März – die zweite Massendemonstration gegen das Machtkartell. An jedem Tag hatte es weitere Demonstrationen gegeben, von Student*innen, Anwält*innen, Journalist*innen und vielen anderen Gruppen.

Am Freitag, dem 1. März 2019, schlossen sich erstmals alte Kämpfer*innen des Antikolonialismus und Oppositionspolitiker*innen der Demonstration an. Sie erhielten mit ihren Statements in der Berichterstattung einen prominenten Platz. Ihr Tenor war, dass Bouteflika, der inzwischen 82 Jahre alt geworden ist und nach einem Schlaganfall im Rollstuhl sitzt, zwar abgelöst werden, der politische Übergang aber geordnet vonstatten gehen müsse. Das Politische sei jetzt wichtiger als die sozialen Forderungen.

Es ist schwer abzuschätzen, welche Wirkung diese Paroleneinflüsterung hat. Denn die „Mafia“ der „Macht“, gegen die die Leute auf die Straße gehen, bezieht sich nicht allein auf das Regierungshandeln, sondern auf den Reichtum des Landes, den sich die verschiedenen Militärfraktionen teilen. Am gestrigen Sonntag ließ Bouteflika vom Bett in einem Genfer Krankenhaus aus mitteilen, dass er an seiner Kandidatur („5. Mandat“) festhalte, aber dass er „verstanden“ habe. Er finde die Demonstrationen der letzten Tage gut und werde die gesamte kommende Legislaturperiode abkürzen – ohne einen Zeitrahmen zu nennen – , und eine Versammlung zur Verfassungsüberarbeitung einberufen – ohne akzeptierbare Veränderungsdetails mitzuteilen.

Die Antwort auf diese Worte Bouteflikas waren wütende Massendemonstrationen  in der Nacht von Sonntag auf Montag, die nach 23 Uhr ihren größten Zufluss erhielten. Oppositionspolitiker rufen nunmehr dazu auf, solche Nachtdemonstrationen zu unterlassen. Es wird wahrscheinlich, dass die April-Wahlen verschoben werden. Dem Establishment geht es mittlerweile sicherlich nicht mehr nur um die rasche Suche eines Ersatzkandidaten für Bouteflika, sondern um eine drohende Auseinandersetzung zwischen den Militärfraktionen und – bei einer schnell wachsenden Protestentfaltung auf der Straße – um Rettungsszenarien angesichts eines möglichen Zusammenbruchs von Polizei- und Militärstrukturen.

Die Regierungen in der EU sind auf das Höchste besorgt, aber hüllen sich in Schweigen. Deutschlands laufende milliardenschwere Rüstungsexporte nach Algerien stehen auf dem Spiel. Die EU-Staaten fürchten den Kollaps der militärischen Küstenwache und der Gendarmerie längs der Küste und die kommende Reisefreiheit, die sich vor allem die Jugendlichen nehmen werden.

La „primavera algerina“: perché l’Europa sostiene lo status quo e una „mummia“ presidenziale

L’Europa, Parigi in testa, in nome della “diplomazia degli affari” non tifa per la protesta

Una piazza giovane contro la „mummia presidenziale“. E l’Europa, Parigi in testa, che in nome della „diplomazia degli affari“, „tifa“ per lo status quo. Ieri in Tunisia. Oggi in Algeria, dove non si ferma la protesta in contro il presidente Abdelaziz Bouteflika. Migliaia di manifestanti domenica sera sono scesi in piazza dopo l’annuncio di Bouteflika di candidarsi nuovamente per il quinto mandato presidenziale. […]

L’Algeria ha ricevuto più di mille miliardi di dollari dai proventi del petrolio nel periodo 2000-2013, ma la corruzione e la cattiva gestione economica ne hanno ostacolato la crescita e la competitività sul mercato globale. Molti, tra i giovani scesi in strada, non hanno conosciuto altro presidente fuori di lui: nel 2018, secondo l’Ufficio nazionale di statistica, il 45% della popolazione ha meno di 25 anni. „Ho 30 anni: 10 di terrorismo, 20 di Bouteflika“, „No al quinto mandato“, „Non vogliamo più essere governati da un ritratto“. Gli algerini che hanno riempito le strade e le piazze manifestando pacificamente dal 22 febbraio ad oggi, sono stati chiarissimi: vogliono girare pagina. […]

In tutto questo, di fronte ad una potenziale „primavera algerina“, l’Europa „tifa“ la „mummia“ presidenziale, l’ottantunenne Boutlefika, considerandolo, come avvenne per Ben Ali in Tunisia, il „male minore“, in rapporto alla cosa che interessa di più: la „diplomazia degli affari“. Un discorso che parte da Parigi ma che investe anche Madrid e Roma. L’incubo in politica estera di Emmanuel Macron si chiama Algeria. Si spiega così la convocazione nei giorni scorsi a Parigi, nel vivo delle proteste di piazza scatenatesi nel Paese nordafricano, dell’ambasciatore francese ad Algeri per ragguagliare della situazione il titolare del Quai d’Orsay Jean-Yves Le Drian. Secondo indiscrezioni del giornalista Mohamed Sifaoui, riportate da Le Parisien, l’inquilino dell’Eliseo avrebbe dato il via libera alla rielezione di Boutlefika, senza nascondere le „angosce“ (come titola Le Nouvel Obs), con cui dall’epoca coloniale il governo francese osserva, e in momenti particolarmente caldi è un’osservazione attiva, le vicende algerine. Da un aumento delle pressioni terroristiche al confine con il Mali, ai rischi per le forniture di gas (il 10% delle importazioni francesi), fino alla catastrofe umanitaria che potrebbe prodursi per effetto di una frammentazione del potere centrale, come insegna l’esempio della Libia. Esodi di massa, con mezzi di fortuna, ma anche per vie legali. Sul piano geopolitico, l’Algeria – il più grande Paese dell’Africa (dopo l’indipendenza del Sud Sudan) e il decimo Paese più grande del mondo- è una nazione chiave nel contesto magrebino e africano. L’Algeria è allo stesso tempo un importante fornitore di energia per l’Europa. La Commissione europea per il clima e l’energia ha definito l’Algeria un fornitore affidabile e competitivo di gas naturale. Il Paese è il terzo maggiore fornitore di gas all’Ue e l“Ue è il maggiore importatore di gas algerino -la sola Spagna importa metà del suo gas da Algeri.

L’Europa dipende dal gas algerino per la sicurezza dell’approvvigionamento e l’Algeria dipende dal mercato europeo per la sicurezza della domanda. L’inquietudine sul futuro del Paese nordafricano investe anche l’Italia. Per due ragioni. Una „energetica“, l’altra legata all’immigrazione e al traffico di esseri umani. La prima: Eni è presente in Algeria dal 1981 e al momento è operatore di 32 permessi minerari. Con una produzione equity di circa 90.000 barili di olio equivalente al giorno, l’azienda del cane a sei zampe si attesta come la più importante compagnia internazionale che opera nel Paese. L’Eni importa gas per 5,6 miliardi di dollari, che ci permette di non dipendere solo dalle forniture russe. Seconda ragione di inquietudine: la migrazione degli algerini, la harga. Dalla regione di Orano, nella parte occidentale del paese, la destinazione è invece la Spagna. Per partire bisogna mettere in conto una spesa di quasi mille euro (il salario minimo garantito in Algeria è di 18mila dinari al mese, meno di 130 euro al tasso di cambio attuale al mercato nero), che non comprende l’attrezzatura di salvataggio né provviste. La traversata verso la Spagna, spiega lo scrittore e giornalista algerino, dura un giorno, nel peggiore dei casi due. Il fatto è, che Madrid ha securizzato la „rotta algerina“ e questo ha finito per rafforzare la tratta per l’Italia. E così, lo spettro di una „nuova Libia“ giustifica il sostegno alla „mummia“ presidenziale algerina.

Huffington Post | 04.03.2019

Algerien: Die Angst ölreicher algerischer Militärs und migrationsfeindlicher EU-Staaten

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